Sulla scena jazz europea Michel non è certamente il più veemente o invadente contrabbassista che c’è in giro.
Molti però parlano della sua onestà nella considerazione del prossimo.
Il suo percorso e le sue scelte artistiche rivelano un musicista impegnato e fedele, curioso e entusiasta.
La lista dei jazzmen con i quali ha suonato è infinita, dalle leggende americane (Lee Konitz e Archie Shepp) ai nomi più importanti della scena europea (Daniel Humair, Bobo Stenson, Enrico Pieranunzi), a quelli che poi sono divenuti i suoi futuri amici (Peter Erskine, Aldo Romano, Nguyên Lê).
Una scuola dura ma importante, viaggiando da un club all’altro on the road, una scuola che ha liberato le dita di Michel dai vincoli della tecnica e gli è valsa la fama di bassista tra i più promettenti in circolazione.
Ed è stato naturale che gli abbiano chiesto di suonare nella prima Orchestre National de Jazz, che sotto la direzione di François Jeanneau ha riunito la crema di una nuova generazione di musicisti francesi nel 1986.
Altri amicizie che risalgono a quegli anni e non hanno mai smesso di produrre bella musica sono: la pianista italiana Rita Marcotulli, che Michel ha incontrato nel 1987 e alla quale ha chiesto di entrare nel suo primo quartetto insieme a Dewey Redman; Aldo Romano, batterista, con il quale ha lavorato in tandem dal 1995, compreso il gruppo Palatino con Paolo Fresu e Glenn Ferris, tra i più interessanti dei suoi incontri (quattro dischi all’attivo finora).
Michel porta con sé un suono ricco, solido e melodico in ognuno dei progetti in cui suona: si ispira a Scott LaFaro per la sua finezza, a Charlie Haden per la semplicità, senza dimenticare la stabilità di Dave Holland e l’espressiva cantabilità dei nordici come Arild Andersen e Palle Danielsson.